L’aquilone

In questa poesia, Pascoli rievoca gli anni in cui, bambino, frequentava
il collegio degli Scolopi a Urbino. Il poeta, ormai adulto, avverte
qualcosa nell’aria che gli riporta alla mente i giochi
dell’infanzia, il volo degli aquiloni, le voci degli amici di un
tempo, ma anche un evento drammatico: la morte
prematura di un compagno di scuola. Questo tragico
ricordo offre al poeta l’occasione per riflettere sul
significato della vita e per domandarsi se non sia meglio
morire quando si è ancora giovani, prima di affrontare le
delusioni e i dolori dell’età adulta.

                      www.mondadorieducation.it.pdf

L’aquilone

Il poeta e gli aquiloni
La fanciullezza e i giochi con i compagni di
studio sono sempre rimasti tra i temi più cari
a Pascoli, il quale amò in modo particolare
questa poesia, come confidò nel 1901
all’amico Tommaso Ricciarelli: «Leggi nei
Poemetti la poesia L’aquilone. Mi
domandarono l’altrieri sera qual poesia
delle mie amavo più: risposi L’aquilone».

 

germoglio

immagine da: eremokece.blogspot.com

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Chi strilla?

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto…

– Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

 

Sì: dissi sopra te l’orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda
tua madre… adagio, per non farti male.

 

“L’aquilone”

Letteratura e teatro

L’Aquilone, che fa parte della raccolta Poemetti, è un racconto e un ricordo insieme. Pascoli si trova a Messina (io vivo altrove), dove insegna. Sta arrivando la bella stagione: il sole di primavera (qualcosa di nuovo) suscita in lui sensazioni già provate (anzi d’antico) e, lentamente, fa affiorare ricordi dell’infanzia. Le viole appena nate lo fanno pensare ad altre viole, quelle che spuntavano ai piedi (ceppo) delle querce a Urbino, nel collegio dei padri Scolopi (convento dei cappuccini) dove studiava quando era bambino:

>>>  www.viv-it.org/schede/l-aquilone

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