“La prima volta non fu quando ci spogliammo, ma qualche giorno prima, mentre parlavi sotto un albero. Sentivo zone lontane del mio corpoche tornavano a casa.”

IL MONDO MORTO
A un certo punto ci ho sperato
che avremmo fatto buon uso
della nostra sventura:
poi il mondo si è fatto di colpo piccolissimo,
ognuno si è rinchiuso dentro la sua smania.
E così ho il cuore da giorni aggrovigliato,
non vedo e non credo più a niente
che non sia furore, penso al grido
di Ciccio Ingrassia sull’albero di Amarcord:
voglio una donna.
Ma ora qui neanche quello,
lamentele seriali sul governo
o sul mondo, piccole parole segnaposto
per dire che ci sono anch’io,
come se non sapessimo
che neppure la nostra morte
ormai può emozionare qualcuno.
Il mondo è morto e il virus
non poteva resuscitarlo.
Bello però che oggi il cielo
cambia aspetto ogni minuto,
tra un respiro e un altro
spunta una foglia.
Insomma, fuori dell’umano
c’è vita e il vento non soffia
più per noi, la natura ci ha già messo
da parte, nessuno di noi
sa tessere la trama che sa fare
un ragno.
I morti che non abbiamo pianto
non torneranno.
Franco Arminio
franco arminio
L’infinito senza farci caso

Il coronavirus si sta rivelando particolarmente aggressivo nelle aree d’Italia più densamente abitate e industrializzate. Alcuni studi sostengono che vi sia una relazione diretta tra inquinamento e presenza del virus. Può essere questa un’occasione per ripensare alla funzione delle aree interne? Penso agli Appennini, dorsale del paese, ai borghi abbandonati…

Franco Arminio
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significadare valore al silenzio, al buio,alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
Chiedi la strada agli alberi

Franco Arminio poeta e paesologo da 40 anni in prima linea nella lotta per salvare i borghi italiani e le aree interne abbandonate dalla politica. “La pandemia ha, oggettivamente, aperto degli spazi per un importante intervento pubblico. Lo Stato ha concentrato i servizi come scuole e ospedali nelle grandi città ma oggi le metropoli si stanno dimostrando inospitali e pericolose. Prendersi cura dei piccoli paesi dell’Appennino, dal nord al sud, non è un regalo ma un servizio che si offre all’Italia”.A cura di Davide Falcioni

LE DOLCI CRUDELTÀ DELL’AMORE
Adesso parliamo da un muro sfondato. Io sono caduto all’indietro dentro di me, c’erano mille braccia ad accogliermi. Stupidamente per tanti anni ho pensato di cadere in avanti. Ho camminato sempre con un bastone. Non mi sono mai fidato né di me né della vita. Ora posso vivere il tempo che mi resta guardando le cose senza nessun velo. Sono interamente qui, niente più mi trattiene nel mio limbo. Perfino la paura della morte faceva parte di questo gioco in cui mi evitavo il contatto con la vita. Tu ora mi hai messo nel mio corpo. Ora non ho un cuore, ora sono il mio cuore, non una lingua, sono la mia lingua. E sento che arriva fino a qui il profumo della tua bocca e mi arriva anche altro, il silenzio di pianeti lontani, la lievissima nostalgia che le ossa dei morti hanno della carne, i pensieri che fa un ragno prima del sonno. Noi non dobbiamo morire senza essere sfondati, non dobbiamo passare nella vita da sonnambuli. Ora posso passare un secolo sulla tua schiena, posso succhiare con dolcezza infinita un capezzolo e poi portarti una furia di morsi, cadere fuori dall’acqua dei discorsi, uscire nel mondo con lo stesso brivido, guardare la luna con gli stessi occhi. L’amore è venuto da un dolore acutissimo, ha il sapore che hanno le cose in un giorno qualsiasi e ha l’aria di un pomeriggio neolitico. Ora porto il tuo respiro nelle mie costole, ho il tuo odore nel mio ombelico. La carne è uscita dalle fasce, ha la forza del ferro e delle nuvole, è aria che passa e radice che beve un filo d’acqua. Un amore deve usare tutta la materia di cui siamo composti, un amore vero fa impazzire i nostri elettroni, mette in imbarazzo le reti in cui ci avvolgiamo, rompe il rigo in cui scorre la nostra biografia. Ora che sono stato attraversato dal mio dolore disperato, ora posso respirare vicino al bianco dei tuoi occhi, posso portarti le mie braccia vuote, posso farti annusare vecchie nevicate nel mio paese, possiamo andare insieme al funerale di mia nonna, posso portarti con me dalle monache, puoi vedermi nell’agonia dell’ospedale a tre mesi. Un amore è vero e infinito quando siamo a un soffio dal primo vagito e dall’ultimo respiro. Ci voleva un giorno violento, ci voleva la visione di un male che non aveva mai avuto e non avevo mai fatto. Il mio amore non mi usciva mai dalla carne perché ci vuole anche il male per spingere fuori l’amore, il bene serve per le opere buone, non serve per le dolcissime crudeltà dell’amore.
www.fanpage.it/cultura/franco-arminio-contro-il-coronavirus-torniamo-nei-piccoli-borghi/
La primavera ha sferrato la sua offensiva. In meno di tre giorni le ortiche sono alte un metro.
p.s.
da oggi riparte il baratto.
chi vuole può spedire il suo dono
a via mancini 195
83044 bisaccia av
mi potete una copia dei miei libri firmata per voi o per una persona che abita da un’altra parte. è bello che gli arriva un dono inatteso

Contro il coronavirus torniamo nei piccoli borghi”

www.facebook.com/francoarminio/

P.S.
vi ricordo il mio indirizzo per chi vuole partecipare al baratto:
franco arminio
via mancini 195
83044 bisaccia av
il mio tel per chi mi vuole invitare a un reading o una conferenza on line
388 7622101
*
per chi fosse interessato alle problematiche dell’italia interna:
sabato due maggio alle ore 16.00 faccio una diretta dal mio profilo fb col ministro provenzano.

Chiedi la strada agli alberi
“Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato”

Un pensiero su ““La prima volta non fu quando ci spogliammo, ma qualche giorno prima, mentre parlavi sotto un albero. Sentivo zone lontane del mio corpoche tornavano a casa.”

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