Oggetto & cose che cambiano vita…

Stanno cambiando le cose
By Chiara Alessi

«Provate ad ascoltare un qualsiasi podcast su libri e letteratura e incapperete a un certo punto nel rumore dei tasti della macchina per scrivere, cliché che figura nelle locandine della maggior parte dei corsi delle scuole di scrittura, benché con ogni probabilità i partecipanti non abbiano mai usato davvero una di quelle macchine per scrivere, né tantomeno la adotteranno al corso»

Nella storia delle cose, le cose che preferisco sono quelle nate per esigenze qualitativamente e quantitativamente diverse da quelle per cui sono state poi impiegate e alle quali, in definitiva, devono il loro successo e diffusione. Mi piacciono perché permettono di formulare una tesi abbastanza interessante per cui l’evoluzione degli oggetti procede in buona parte anche, se non soprattutto, per merito di minoranze o di bisogni più o meno particolari che poi si allargano al generale o spostandosi da un ambito a un altro.

Senza citare gli innumerevoli oggetti e invenzioni nate per rispondere a necessità tutte intime e private e che oggi usiamo tutti, volete un esempio di trasmigrazione tra ambiti? Quasi sicuramente avete in casa qualcosa che è stato inventato nel contesto bellico: la zip, il latte in polvere o la carne in scatola, pure il tampax, sono nati per i soldati e ora hanno come “target” donne, bambini, e persino animali. Con un salto nell’attualità di ciascuno di noi, potrei citare il caso più facile: le mascherine che un anno fa riuscivano a trovare solo quelli che lavoravano in ambiente medico, e oggi indossiamo tutti, continuando, tra l’altro, ma chissà ancora per quanto, a chiamare “chirurgiche”. Altro esempio? Gli strumenti montessoriani che oggi arredano le scuole di infanzia più avanguardiste e che sono nati per bambini con bisogni speciali; o il biliardino, che è stato brevettato da un militante anarchico spagnolo per permettere ai ragazzini mutilati di poter giocare a calcio come i loro coetanei e dopo la guerra comparve per la prima volta proprio nei centri per la riabilitazione psicomotoria dei reduci di guerra; o ancora, nel presente, quelle case editrici per l’infanzia che usano font specifici per i bambini dislessici. E i ragazzini che non lo sono? Niente, a loro non cambia assolutamente nulla questo nuovo impiego di caratteri graficamente elaborati per i disturbi dell’apprendimento, quindi perché non facilitare quelli per cui invece è dirimente un accesso inclusivo alla lettura?

>>> leggiAmo

www.ilpost.it/2021/04/26/alessi-oggetti-cambiano/

Chiara Alessi è esperta e critica di design. Nel 2021 ha pubblicato Tante care cose (Longanesi).

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